Riforma pensioni con i soldi del reddito di cittadinanza? L’ipotesi

La riforma pensioni sarà tra i temi caldi del prossimo autunno, e c'è chi sostiene che per finanziarla, è opportuno eliminare il RdC.


Anche quest’anno, l’agenda del Governo per i mesi autunnali sarà densissima di impegni da rispettare. D’altronde, di mezzo ci sono gli aiuti economici dell’Europa (programma Next Generation EU). Come già abbiamo avuto modo di ricordare più volte, l’assegnazione dei miliardi di euro promessi all’Italia da Bruxelles, allo scopo di contribuire alla ripresa economica post pandemia, passano dall’attuazione di significative riforme strutturali, in più settori. Soprattutto, la riforma pensioni è una di quelle più attese.

Non sarà di certo un lavoro facile per le istituzioni: infatti i dossier economici che Esecutivo e Parlamento si troveranno a dover gestire dopo la pausa estiva sono tanti e articolati. E potrebbero essere un terreno di intenso confronto politico, proprio ora in prossimità della campagna elettorale per le elezioni comunali.

In particolare, riforma del fisco; ammortizzatori sociali; delocalizzazioni; liberalizzazioni sono alcuni dei temi caldi di questi giorni e delle prossime settimane. Non solo: anche il reddito di cittadinanza e la sostituzione di Quota 100 sono nodi da risolvere. Specialmente nei confronti del RdC, le continue critiche e osservazioni espresse da più parti, fanno pensare a sostanziali modifiche quanto prima. Anche l’ipotesi della sua cancellazione è stata paventata.

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Riforma pensioni: ritorno alla legge Fornero o abolizione del reddito di cittadinanza?

Lo scenario attuale in tema di riforma pensioni non è ancora chiaro: se è vero che tutti gli osservatori più avveduti auspicano novità di rilievo entro la fine dell’anno, vero è che se queste ultime non vi saranno, dal primo gennaio del 2021 vi sarà il ritorno della legge Fornero. In buona sostanza, con la fine di quota 100 scatterebbe il temuto scalone di 5 anni, ossia un salto di un quinquennio per andare in pensione, dai 62 anni ai 67.

Al momento, la legge Fornero è realtà per chi si ritrova vicino alla pensione. Ma nuove proposte contribuiscono a mantenere vivo il dibattito sulla riforma pensioni e sulle sue modalità di attuazione. C’è chi sostiene l’idea di tenere attiva Quota 100 e chi, invece, intende pagare i costi della riforma pensioni, usando di fatto i soldi del reddito di cittadinanza.

E’ questa la proposta della Lega, che potrebbe non restare lettera morta: Matteo Salvini, da anni alla guida del partito, si è apertamente schierato contro il ripristino integrale della legge Fornero; suggerendo, se mai, di eliminare il RdC e sfruttarne gli stanziamenti per destinarli alla proroga di Quota 100.

Ma d’altronde quella dell’età per andare in pensione è una ovvia questione calda e controversa, sulla quale si battono con forza anche i sindacati. Andare in pensione a 67 anni – secondo molti – pare uno scalone inaccettabile. Anzi, in un delicato periodo storico come quello attuale, opportuno sarebbe garantire più flessibilità in uscita.

Lo stato attuale della situazione in tema pensioni

Nel corso del 2019, ossia durante il primo Governo Conte con l’alleanza Lega – M5s, fu proprio il partito del Carroccio a spingere verso l’istituzione di Quota 100 in via sperimentale fino a fine 2021. Con essa – come ben noto – abbiamo innanzi la formula 62 anni d’età e 38 anni di contributi.

Il punto è che abolire la legge Fornero, pur mai amata dai sindacati e dagli stessi lavoratori, potrebbe rivelarsi operazione assai complicata. Senza novità di rilievo o una vera e propria riforma pensioni, dal primo gennaio non vi sarà più uno ‘scivolo’ per ottenere la pensione in modo anticipato così come avviene adesso, sussistendone i requisiti. In buona sostanza, i lavoratori che sono ancora nel sistema retributivo e quelli del sistema misto retributivo e contributivo non potranno contare sul pensionamento anticipato.

Senza riforma pensioni, la pensione di vecchiaia potrà essere goduta dai 67 anni d’età – contro i 62 di Quota 100 – o con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini. Mentre vi sarà il ‘vantaggio’ di un anno in meno per le donne.

Il punto è però che il sistema pensionistico attuale non tiene affatto conto dei mutamenti della società, negli ultimi anni. In altre parole, il sistema non contempla tutte le categorie di lavoratori, e di fatto non le tutela. Ad es. non tiene in adeguato conto le carriere discontinue in grande aumento, a causa della crisi economica pre e post pandemia. Inoltre, i buchi retributivi, tipici di giovani, precari e donne, non possono essere opportunamente fronteggiati con il sistema odierno. Ecco perchè il dibattito sulla riforma pensioni ha ragion d’essere e va tuttora avanti.

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Riforma pensioni: le prospettive per i prossimi mesi

Al momento la proposta di abolire il reddito di cittadinanza, ed utilizzarne le risorse per la proroga di Quota 100, non sembra aver fatto presa nel mondo politico. Ad esempio, in questi giorni l’ex Premier Giuseppe Conte si è apertamente schierato a favore del mantenimento del reddito di cittadinanza, definendolo “una misura di civiltà”. Piuttosto, permane sul tavolo l’ipotesi di istituire Quota 41 per tutti; questa misura pensionistica comporterebbe per i lavoratori il diritto ad andare in pensione con 41 anni di versamenti, anziché 42 e 10 mesi. Quota 41 è sostenuta con forza dai sindacati, anche se in merito alla sua realizzazione pratica, per il presidente dell’Inps Tridico i costi sarebbero eccessivi.

Concludendo, pare comunque ovvio che un nuovo e consistente intervento normativo, sul tema delle pensioni, sia necessario. In ogni caso, giova ricordare che Quota 41 è soltanto una parte della discussione sulla riforma pensioni. Nelle prossime settimane, il Governo potrebbe valutare l’ampliamento di strumenti come ad es., l’Ape sociale e l’Opzione donna, per tutelare un maggior numero di lavoratori in difficoltà. Ma, come accennato, il dibattito è in continua evoluzione e sicuramente riserverà novità di rilievo con il mese di settembre.

E settembre, tra l’altro, sarà un mese cruciale anche da un altro punto di vista. Infatti, l’Esecutivo Draghi dovrà completare la prima tranche di riforme annunciate nel programma denominato Pnrr. Ci riferiamo alla legge delega sul fisco e il ddl concorrenza, previsti a luglio ma rimandati per focalizzarsi sulla riforma della giustizia.