Cassazione: il "tempo tuta" non va sempre retribuito

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La retribuzione per il tempo di vestizione spetta solo se è etero determinata dal datore di lavoro.

La Cassazione, con sentenza nr. 8063 dello scorso 8 aprile, annullando la sentenza di prima grado,  ha stabilito che non va retribuito il tempo necessario alla vestizione (cd. tempo tuta) a meno che questo non sia etero diretto dal datore di lavoro nelle forme e nelle modalità.

Il caso ha riguardato 13 operai di una nota fabbrica genovese che, chiedevano al giudice di prime cure,  il pagamento della retribuzione spettante a titolo di lavoro straordinario, per i cd. “tempi di percorrenza” e “tempi di vestizione”.

Il tribunale, aveva ritenuto nulle le clausole contrattuali collettive nella parte in cui non prevedevano «come orario da retribuire, i periodi di tempo minimi, ivi compresi quelli per la vestizione, necessari per arrivare dal varco di accesso dello stabilimento alle effettive posizioni di lavoro» e ritorno, «ivi compreso il tempo per effettuare la doccia di fine giornata».

Secondo gli Ermellini invece, in ossequio ad un orientamento giurisprudenziale, ben consolidato in materia, la retribuzione o meno del tempo necessario ad indossare gli indumenti da lavoro, dipende dalla disciplina contrattuale specifica:” in particolare, ove sia data la facoltà al lavoratore di scegliere il tempo ed il luogo ove indossare la divisa stessa (anche a casa), la relativa attività fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa e come tale , non deve essere retribuita”.

Se viceversa,  “tale operazione è diretta dal datore di lavoro che ne disciplina il tempo e il luogo di esecuzione, allora si rientra nel tempo di “lavoro effettivo” e spetta la retribuzione”.

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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