Cassazione: qualificazione del rapporto di lavoro subordinato

Google+ Pinterest Linkedin Tumblr +
Richiedi una consulenza su questo argomento


La Cassazione torna a pronunciarsi sui criteri per l’esatta qualificazione del rapporto di lavoro subordinato

La Cassazione, con sentenza n. 618 dello sorso 15 gennaio, torna a pronunciarsi sui criteri per l’esatta qualificazione del rapporto di lavoro subordinato affermando che, il rispetto degli orari di lavoro e l’eterodirezione della prestazione lavorativa sono indici di lavoro subordinato, a prescindere dalla qualifica del contratto lavorativo stipulato tra le parti.

Il caso ha riguardato una lavoratrice assunta come segretaria generica nel 1990 con una retribuzione corrisposta per un primo periodo “al nero” e poi, dal marzo 1992, dietro presentazione di fattura per collaborazione professionale di consulenza.

La lavoratrice conveniva in giudizio l’azienda per sentir dichiarare la sussistenza fra le parti di un rapporto di lavoro subordinato fin dall’origine (15/11/1990), laddove la regolarizzazione del medesimo era intervenuta soltanto a partire dal 01/07/1994, rivendicando altresì la spettanza di differenze retributive.

Sia il Tribunale di prime cure che la Corte d’appello, riconoscevano la natura subordinata del rapporto di lavoro. Gli Ermellini confermavano sostanzialmente le precedenti sentenze per i seguenti motivi:

  • la presenza della lavoratrice era stata continua nel rispetto dell’orario di apertura dell’ufficio; le mansioni svolte per il periodo controverso erano caratterizzate da semplicità ed esecutività (segreteria generica), assolutamente incompatibili con la prestazione di un’opera professionale;
  • la lavoratrice aveva operato sotto la direzione ed il coordinamento dell’amministratore societario, che aveva il suo ufficio dietro il locale (ingresso con bancone), costituente la postazione lavorativa della lavoratrice;
  • per tutto il periodo controverso la lavoratrice aveva ricevuto un compenso fisso e mensilizzato, per un primo periodo “al nero” e, dal marzo 1992, dietro presentazione di fattura per collaborazione professionale di consulenza.

Tutti elementi questi che, a giudizio della Corte erano rivelatori della subordinazione; anche la volontà contrattuale delle parti, si legge nella sentenza

quale manifestatasi nel concreto atteggiarsi del rapporto, era stata chiaramente volta alla costituzione di un rapporto di lavoro subordinato, che era stato formalizzato come tale solo dopo oltre tre anni e mezzo, durante i quali il rapporto si era dapprima svolto “al nero” e, poi, era stato “mascherato” da un rapporto di prestazione d’opera professionale implausibile, tenuto conto della giovane età della lavoratrice, della sua mancanza di esperienza e della natura meramente esecutiva delle mansioni affidatele.

Per gli Ermellini dunque, secondo giurisprudenza consolidata in tema

l’esistenza del vincolo della subordinazione va concretamente apprezzata dal giudice del merito con riguardo alla specificità dell’incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione dei criteri utilizzabili per il riconoscimento della natura subordinata del rapporta dedotto in causa, rilevando l’eterodirezione della prestazione lavorativa, l’avvenuto inserimento della prestatrice nell’organizzazione aziendale, la contemporanea sussistenza dei cosiddetti indici sussidiari, quali la continuità della prestazione lavorativa, il rispetto dell’orario, la riscossione di un compenso fisso e mensilizzato.

Si confermava la natura subordinata del rapporto di lavoro e si condannava l’azienda al pagamento delle differenze retributive alla lavoratrice.

Richiedi una Consulenza a Lavoro e Diritti


Iscrivendoti acconsenti al trattamento dei dati personali ai sensi del D.Lgs. 196/03
Condividi.

Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

Altri articoli interessanti