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Lavoro e Diritti » Sentenze Lavoro » Lavoratrice licenziata per colpa della IA: per il Tribunale è legittimo

Lavoratrice licenziata per colpa della IA: per il Tribunale è legittimo

Antonio Maroscia27 Febbraio 20264 Mins Read
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Licenziata dopo l’introduzione dell’IA: il Tribunale di Roma dichiara legittimo il recesso. Cosa dice la sentenza e cosa cambia per i lavoratori.

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Lavoratrice al computer con interfaccia di intelligenza artificiale in ufficio, tema licenziamento e sentenza Tribunale di Roma
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L’intelligenza artificiale entra sempre più spesso nel dibattito pubblico sul futuro del lavoro. Non solo come strumento di innovazione o promessa di maggiore produttività, ma come fattore concreto che incide sull’organizzazione aziendale e, in alcuni casi, sull’occupazione. Il confine tra evoluzione tecnologica e tutela dei lavoratori diventa così terreno di confronto anche nelle aule giudiziarie.

In questo contesto si inserisce una vicenda che, in questi giorni, è stata ripresa dai più importanti media nazionali e che sta facendo discutere giuslavoristi, imprese e sindacati. Il caso riguarda una lavoratrice licenziata nell’ambito di una riorganizzazione aziendale in cui sono stati introdotti strumenti di intelligenza artificiale. Il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 9135 del 19 novembre 2025, ha dichiarato il licenziamento legittimo.

Una decisione che non rivoluziona le regole, ma che segna un passaggio simbolico importante: l’AI entra ufficialmente nel contenzioso del lavoro.

Indice:
  • Il caso: riorganizzazione e soppressione del ruolo
  • La decisione del Tribunale
  • Nessuna scorciatoia tecnologica
  • Il tema del repêchage nell’era dell’AI
  • Efficienza d’impresa e impatto sociale
  • Una trasformazione che richiede regole e politiche attive

Il caso: riorganizzazione e soppressione del ruolo

La vicenda riguarda una graphic designer impiegata in una società attiva nel settore della cybersecurity. L’azienda, in una fase di contrazione economica, aveva avviato una revisione dell’assetto organizzativo, accentrando alcune funzioni e introducendo strumenti tecnologici per ottimizzare i processi interni.

Tra questi strumenti figuravano anche sistemi basati su intelligenza artificiale, utilizzati per rendere più efficiente la gestione di determinate attività.

All’esito della riorganizzazione, la posizione della dipendente è stata soppressa e il rapporto di lavoro risolto per giustificato motivo oggettivo. La lavoratrice ha impugnato il licenziamento, ritenendolo illegittimo.

La decisione del Tribunale

Il Tribunale di Roma ha ritenuto fondate le ragioni datoriali, richiamando i principi tradizionali che regolano il licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

In particolare, il giudice ha verificato:

  • l’esistenza di effettive esigenze economico-organizzative;
  • il collegamento diretto tra la riorganizzazione e la soppressione del posto;
  • l’assenza di possibilità di ricollocazione interna (obbligo di repêchage).

L’intelligenza artificiale non è stata elevata a causa autonoma del licenziamento, ma considerata uno degli strumenti utilizzati dall’azienda nel processo di riorganizzazione.

In sostanza, il tribunale non ha creato una nuova categoria di licenziamento “per AI”, ma ha applicato le regole già esistenti a una realtà produttiva che evolve.

Nessuna scorciatoia tecnologica

Un punto va chiarito con forza: la sentenza non introduce un via libera generalizzato all’automazione come pretesto per ridurre il personale.

La legittimità del licenziamento resta ancorata ai criteri consolidati del diritto del lavoro. Il datore deve dimostrare:

  • che la riorganizzazione è reale e non strumentale;
  • che il posto è stato effettivamente soppresso;
  • che non esistono posizioni alternative compatibili con il profilo del lavoratore.

Se uno di questi elementi manca, il licenziamento può essere dichiarato illegittimo.

L’AI, quindi, non diventa un alibi automatico. Diventa piuttosto un fattore che può incidere sull’organizzazione aziendale, esattamente come in passato è avvenuto con l’introduzione di nuovi software o processi automatizzati.

Il tema del repêchage nell’era dell’AI

Il principio del repêchage – l’obbligo di verificare la possibilità di ricollocare il lavoratore in mansioni compatibili – resta centrale anche in presenza di innovazione tecnologica.

Formalmente nulla cambia. Nella pratica, però, emergono criticità evidenti:

  • organici sempre più snelli;
  • competenze richieste sempre più specialistiche;
  • investimenti limitati nella formazione interna.

Quando l’intelligenza artificiale consente di svolgere determinate attività con meno personale, le opportunità di ricollocazione possono ridursi in modo significativo. Il rischio è che il repêchage resti un principio corretto sul piano teorico, ma difficile da concretizzare in alcune realtà aziendali.

Efficienza d’impresa e impatto sociale

Dal punto di vista strettamente giuridico, la decisione appare coerente con l’impianto normativo vigente. Sul piano sociale, però, la questione è più ampia.

In un mercato del lavoro caratterizzato da:

  • bassa mobilità professionale;
  • difficoltà di riqualificazione;
  • forte presenza di piccole e medie imprese;

ogni soppressione di posto rischia di tradursi non in una transizione verso un nuovo impiego, ma in un’uscita prolungata dal mercato del lavoro.

L’intelligenza artificiale, in questo scenario, non è tanto un problema giuridico quanto un acceleratore economico: riduce i costi, aumenta l’efficienza, consente di svolgere più funzioni con meno persone. Tutto legittimo sotto il profilo della libertà d’impresa, ma con effetti concreti sull’occupazione.

Una trasformazione che richiede regole e politiche attive

La sentenza del Tribunale di Roma non cambia le regole del gioco. Le applica a una realtà produttiva che evolve rapidamente.

Il nodo vero si sposta quindi su un piano più ampio: come governare la trasformazione tecnologica?

Se l’innovazione viene utilizzata prevalentemente come leva di riduzione dei costi, senza adeguate politiche di formazione continua e senza strumenti efficaci di accompagnamento alla ricollocazione, il rischio è che il diritto del lavoro finisca per certificare trasformazioni formalmente corrette ma socialmente squilibrate.

La decisione romana non consacra l’algoritmo, né segna la fine delle tutele. Segna piuttosto l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella normalità del contenzioso del lavoro.

E la domanda che si apre riguarda il futuro: come garantire che l’innovazione sia una leva di crescita e non una silenziosa macchina di esclusione?

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