La Corte Costituzionale interviene nel dibattito sul salario minimo e lo fa con una decisione destinata a lasciare il segno anche nella più recente discussione sul cosiddetto “salario giusto”. Con la sentenza n. 60 del 2026, depositata il 30 aprile, la Consulta ha dichiarato illegittima la legge della Regione Toscana che introduceva un criterio premiale negli appalti pubblici per le aziende disposte a garantire ai lavoratori almeno 9 euro lordi l’ora.
La norma regionale nasceva con l’obiettivo di contrastare il dumping contrattuale e favorire retribuzioni più alte negli appalti pubblici, soprattutto nei settori ad alta intensità di manodopera. Per la Corte, però, la disciplina degli appalti e dei criteri di gara rientra nella competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela della concorrenza. Una Regione, quindi, non può introdurre autonomamente regole che rischiano di creare differenze territoriali nel mercato degli appalti pubblici.
La Regione Toscana aveva introdotto una norma che prevedeva un punteggio premiale negli appalti pubblici per le aziende disposte a garantire ai lavoratori almeno 9 euro lordi all’ora. La misura puntava a contrastare il dumping salariale e favorire stipendi più alti nei contratti pubblici ad alta intensità di manodopera. Con la sentenza n. 60/2026, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la legge regionale, stabilendo che la disciplina dei criteri di gara negli appalti pubblici rientra nella competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela della concorrenza.
Cosa prevedeva la legge della Regione Toscana sul Salario Minimo
La legge toscana del 2025 obbligava la Regione, le ASL, le società in house e gli enti strumentali a inserire nei bandi pubblici un criterio qualitativo premiale per le imprese che applicavano ai lavoratori un trattamento economico minimo non inferiore a 9 euro lordi all’ora.
Non si trattava di un salario minimo imposto per legge a tutte le aziende. Il meccanismo funzionava in modo diverso: le imprese che garantivano quella soglia salariale ottenevano un vantaggio nella valutazione dell’offerta durante la gara pubblica.
L’obiettivo dichiarato dalla Regione Toscana era quello di incentivare condizioni di lavoro migliori negli appalti pubblici e limitare il rischio di gare vinte con ribassi costruiti comprimendo salari e tutele.
Perché la Corte Costituzionale ha bocciato la norma
La Consulta ha riconosciuto che la tutela dei lavoratori e il contrasto al dumping salariale sono obiettivi legittimi e importanti. Tuttavia, secondo la Corte, nel settore degli appalti pubblici serve una disciplina uniforme su tutto il territorio nazionale.
Il punto centrale della sentenza è proprio questo: una Regione non può modificare autonomamente l’equilibrio tra concorrenza e tutela sociale definito dal legislatore statale.
Secondo la Corte, i criteri di aggiudicazione delle gare pubbliche incidono direttamente sulla concorrenza “per il mercato”, cioè sulle modalità con cui le imprese partecipano e competono negli appalti pubblici.
La presenza di regole differenti da Regione a Regione rischierebbe infatti di creare “barriere territoriali” e dislivelli normativi incompatibili con il principio di uniformità della disciplina degli appalti pubblici.
La Consulta non boccia il salario minimo in sé
La sentenza è importante anche per un altro motivo: la Corte non afferma che un salario minimo sia incostituzionale.
Anzi, nella decisione viene riconosciuto che il legislatore statale può adottare strumenti per garantire retribuzioni adeguate e contrastare il dumping salariale. Il problema, secondo la Consulta, è che questa scelta deve essere fatta a livello nazionale e non regionale.
La Corte richiama infatti l’attuale sistema previsto dal Codice dei contratti pubblici, che già contiene diversi strumenti di tutela dei lavoratori.
Il ruolo dei contratti collettivi e del “CCNL leader”
Uno dei passaggi più rilevanti della sentenza riguarda il richiamo all’articolo 11 del nuovo Codice degli appalti.
La Corte sottolinea che oggi il legislatore statale ha scelto di affidare la tutela salariale soprattutto al sistema della contrattazione collettiva qualificata. In pratica, negli appalti pubblici le stazioni appaltanti devono indicare il contratto collettivo nazionale di riferimento e le imprese devono garantire tutele equivalenti anche se applicano un diverso CCNL.
Secondo la Consulta, questo modello rappresenta oggi il “punto di equilibrio” scelto dallo Stato tra libertà d’impresa, concorrenza e tutela del lavoro.
Ed è proprio questo passaggio che si collega direttamente al recente dibattito sul “salario giusto”.
Il collegamento con il “salario giusto”
Negli ultimi mesi il Governo ha rilanciato il tema delle retribuzioni adeguate attraverso il progetto del cosiddetto “salario giusto”, basato soprattutto sulla valorizzazione dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.
La sentenza della Consulta sembra andare nella stessa direzione: più che introdurre un salario minimo legale uniforme fissato per legge, il sistema italiano continua a puntare sul ruolo centrale della contrattazione collettiva nazionale.
Non a caso la Corte richiama anche la recente legge delega del 2025 in materia di retribuzione dei lavoratori e contrattazione collettiva, sottolineando che il rinvio ai contratti collettivi qualificati resta oggi il modello scelto dal legislatore statale.
Cosa cambia adesso per gli appalti pubblici
La decisione della Consulta impedisce alle Regioni di introdurre autonomamente criteri salariali premiali nelle gare pubbliche se questi incidono sulla concorrenza e sull’assetto uniforme del mercato nazionale degli appalti.
Questo non significa però che negli appalti non esistano tutele salariali. Restano infatti in vigore tutte le norme del Codice dei contratti pubblici sui costi della manodopera, sui minimi salariali e sull’obbligo di applicare contratti collettivi coerenti con il settore dell’appalto.
La sentenza, in sostanza, sposta ancora una volta il confronto sul piano nazionale. Se il legislatore vorrà introdurre nuove forme di salario minimo o di tutela retributiva negli appalti pubblici, dovrà farlo con una disciplina statale uniforme valida per tutto il Paese.
