L'Italia non è un paese per donne

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In Italia ancora troppo poco lo spazio riservato alle donne per le posizioni aziendali di vertice.Uno spreco di talenti.

In occasione della 22° edizione del “Premio Marisa Bellisario”, organizzato dall’omonima fondazione, è stata presentata la ricerca “Donne: motore per lo sviluppo e la competitivita’” effettuata da Gea – Consulenti Associati e svolta su un campione di 1.800 medie e grandi aziende italiane appartenenti a 24 diversi comparti dell’industria.

Il risultato non è dei più felici: solo il 6,9% delle donne, risulta essere ai posti di comando. “Delle 11.730 posizioni censite, solo 809 sono ricoperte da donne in ruoli di vertice (Presidente, AD, Vicepresidente, Direttore Generale, Consigliere di Amministrazione) o di prima linea (Direttore di divisione o di funzione). Dunque, più del 93% delle posizioni manageriali sono oggi ancora ricoperte da uomini”.

I primi tre settori per livello di penetrazione delle donne sono il tessile/abbigliamento (15,1%), i beni durevoli per la casa (13,7%) e il farmaceutico (12,1%). Sotto la media, invece, numerosi comparti rappresentativi dell’industria italiana, come l’alimentare, il metalmeccanico, l’energia e la chimica.
Decisamente sotto soglia: petrolifero (2,9%), bancario (4,1%) ed elettrotecnico (5,3%)”.

La regione che da più possibilità alle donne è il Piemonte con l’8,4%, seguito dall’ex equo di Toscana e Lazio (8,2%), mentre in coda ci sono la Sicilia (2,5%) e l’Abruzzo, che chiude con un risicato 1,9%.

Tuttavia, si precisa nel rapporto, là dove le donne sono al comando, esse rivestono posizioni di vertice: “ delle 809 “posizioni donna” censite, il 36% fa riferimento a ruoli di vertice, mentre il 64% alla prima linea. E, nell’ambito del vertice ben due terzi delle donne occupano posizioni di Presidente o membro dei CdA e, soltanto un terzo riveste ruoli “operativi” di AD e Direttore Generale.

”Anche a livello di ruoli direzionali di prima linea, alle donne sono più frequentemente assegnate le funzioni personale, marketing, amministrazione e comunicazione mentre sono decisamente precluse quelle più vicine all’area operativa (produzione, acquisti, commerciale, etc.)”.

Più della metà (56%) del campione conferma che nella propria azienda non ci sono politiche del personale specificamente a sostegno delle donne. Inoltre, per le donne intervistate le politiche aziendali esistenti sono del tutto insufficienti.

Infine, sia gli uomini che le donne intervistate sono pienamente d’accordo, nell’investire sulle professionalità femminili. Questo per quattro buoni motivi:

”In primo luogo, il miglioramento dell’immagine aziendale nei confronti dei clienti, dei business partners, dei fornitori e dell’opinione pubblica in generale.

In seconda battuta, il miglioramento del clima aziendale: un quid intangibile in grado di fare la differenza e diventare una rilevante fonte di vantaggio competitivo.Ma anche lo sviluppo organizzativo ne beneficerebbe, come condizione imprescindibile per essere più reattivi, flessibili ed efficienti in mercati sempre più dinamici e complessi. Infine, la capacità di attrazione di nuovi talenti, senza i quali è difficile affrontare il futuro.

Fonte: www.fondazionebellisario.org

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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