Il commissariamento disposto nei confronti di Glovo, ovvero il controllo giudiziario di Foodinho, la società che gestisce il servizio di Glovo in Italia, con decreto d’urgenza disposto dalla Procura di Milano, segna un passaggio che va oltre la normale dialettica tra azienda e lavoratori. Non siamo davanti soltanto a una controversia sulla natura del rapporto – autonomo o subordinato – ma a un’ipotesi di reato: intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato.
È un’accusa che cambia prospettiva. Il caporalato è tradizionalmente associato al lavoro agricolo o a contesti di grave marginalità. Oggi viene evocato nel cuore dell’economia delle piattaforme, un settore che rappresenta l’innovazione e la digitalizzazione del lavoro. Questo spostamento dal piano civilistico a quello penale indica che la questione non riguarda solo clausole contrattuali, ma la struttura stessa del modello organizzativo.
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Cos’è Glovo e come funziona il sistema di consegna con algoritmo
Glovo è una piattaforma digitale di food delivery nata in Spagna e attiva in numerosi Paesi, tra cui l’Italia. Il suo modello si basa sull’intermediazione tra tre soggetti: ristoranti (o esercenti), clienti finali e rider. L’utente effettua un ordine tramite app, il ristorante prepara il prodotto e la consegna viene assegnata a un rider disponibile nell’area geografica interessata.
L’elemento centrale del sistema è l’algoritmo che gestisce l’organizzazione del lavoro. Il software assegna le consegne in base a diversi parametri: prossimità, tempi di risposta, livello di attività, storico delle prestazioni e grado di affidabilità del rider. In molti casi il punteggio personale incide sulle future opportunità di ricevere ordini. Chi è più rapido nell’accettare e completare le consegne tende ad avere maggiore continuità lavorativa; chi rifiuta incarichi o si disconnette frequentemente può vedere ridursi le chiamate.
Formalmente il rider opera come lavoratore autonomo, ma l’organizzazione concreta della prestazione avviene attraverso un sistema digitale che determina tempi, modalità e priorità. È proprio questa struttura algoritmica, invisibile ma costante, che oggi è al centro del dibattito giuridico: non si tratta soltanto di una piattaforma tecnologica, ma di un modello di gestione del lavoro che sostituisce il coordinamento umano con regole automatizzate e metriche di performance.
Il nodo dei compensi e la dignità del lavoro
Secondo quanto emerge dall’indagine, uno dei punti centrali riguarda il livello dei compensi riconosciuti ai rider. In diversi casi si parla di pagamenti base intorno ai 2,50 euro a consegna, con eventuali integrazioni legate a distanza o fasce orarie.
Il dato va letto nel suo contesto. Il rider sostiene costi per il mezzo, per la manutenzione e per la gestione dell’attività. Lavora spesso per molte ore al giorno, in condizioni climatiche non sempre favorevoli, con una retribuzione che dipende dal numero di consegne effettuate. La domanda, allora, è se questo modello consenta di raggiungere un reddito adeguato.
L’articolo 36 della Costituzione stabilisce che la retribuzione deve essere proporzionata e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa. Se le entrate effettive risultano stabilmente inferiori alla soglia di povertà, il problema non è soltanto economico: diventa giuridico e costituzionale. Sarà il giudice a valutare se le condizioni contestate integrino gli estremi dello sfruttamento penalmente rilevante, ma il tema è ormai al centro del dibattito pubblico.
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L’algoritmo come datore di lavoro
Un altro elemento cruciale riguarda l’organizzazione tramite algoritmo. Nelle piattaforme di delivery non esiste un capo tradizionale che assegna turni o controlla direttamente la prestazione. È il sistema informatico che gestisce le consegne, attribuisce priorità e incide sulle opportunità future attraverso meccanismi di valutazione.
La disponibilità costante, la rapidità nell’accettare un ordine e il numero di consegne effettuate possono influire sul punteggio del rider e, di conseguenza, sulle occasioni di lavoro successive. Si tratta di una forma di coordinamento digitale che solleva interrogativi giuridici rilevanti.
Nel diritto del lavoro, la subordinazione è tradizionalmente legata all’eterodirezione, cioè al potere del datore di organizzare e controllare la prestazione. Se tale potere è esercitato da un algoritmo, siamo davvero in presenza di un’autonomia piena? La giurisprudenza ha già riconosciuto che anche l’etero-organizzazione può incidere sulla qualificazione del rapporto. L’indagine in corso aggiunge un ulteriore livello, perché mette in discussione non solo la natura del rapporto, ma l’equilibrio complessivo del sistema.
Il ruolo delle organizzazioni sindacali
Negli ultimi anni le organizzazioni sindacali, hanno portato avanti diverse azioni per ottenere maggiori tutele per i rider. Il confronto si è sviluppato su vari fronti: sicurezza, trasparenza degli algoritmi, riconoscimento di diritti minimi.
L’indagine per caporalato rappresenta un passaggio ulteriore in questo percorso. Non riguarda soltanto una singola azienda, ma solleva una questione più ampia sulla sostenibilità del lavoro nelle piattaforme digitali.
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Il mio punto di vista: innovazione e responsabilità
Come direttore di Lavoro e Diritti e come consulente del lavoro, ritengo che il tema non sia opporsi all’innovazione. Le piattaforme hanno trasformato il mercato, offrendo servizi rapidi ed efficienti e creando nuove opportunità di accesso al lavoro.
Il problema emerge quando la flessibilità si traduce in precarietà strutturale e quando il rischio d’impresa viene trasferito quasi interamente sul lavoratore. La tecnologia non è neutrale: riflette scelte organizzative e modelli economici precisi. Se questi modelli comprimono in modo sistematico il valore del lavoro e la dignità della persona, il progresso tecnologico rischia di non coincidere con un progresso sociale.
Non si tratta di negare la comodità del servizio né di colpevolizzare il consumatore. Si tratta di riaffermare un principio essenziale: l’innovazione deve convivere con la dignità del lavoro. Se questo equilibrio viene meno, è inevitabile che intervengano i giudici e, in prospettiva, il legislatore.
Una vicenda che va oltre il singolo caso
Il “commissariamento di Glovo” non è soltanto un fatto di cronaca giudiziaria. È un banco di prova per l’intero settore del lavoro digitale. Le decisioni che verranno adottate nei prossimi mesi contribuiranno a definire il perimetro entro cui le piattaforme potranno operare e il livello minimo di tutela economica e organizzativa garantito ai lavoratori.
Il futuro del lavoro nell’era degli algoritmi si gioca anche qui. E il diritto del lavoro, oggi più che mai, è chiamato a svolgere la sua funzione originaria: garantire equilibrio tra potere economico e dignità della persona che lavora.
