Pensioni di garanzia per i giovani nella riforma 2022: il piano dei sindacati

Per le parti sociali, l'introduzione di norme su pensioni di garanzia non è rinviabile. I rischi legati a precarietà e carriere discontinue


Con l’approssimarsi della fine dell’anno e l’avvicinarsi di riforme essenziali per il futuro del paese, si torna prepotentemente a parlare di pensioni e di revisione dell’intero sistema previdenziale. In particolare, assume rilievo il tema delle pensioni di garanzia per i giovani: i sindacati hanno già promesso di portare questo delicato argomento al tavolo di confronto con l’Esecutivo.

Come è ben noto, le parti sociali spingono per mettere nero su bianco e varare una riforma organica, che di fatto aumenti in modo sostanziale la flessibilità in uscita rispetto alle discusse norme della riforma Fornero.

Vero è che il Premier Draghi ha rimarcato che al momento le disponibilità finanziarie per un progetto di così ampio respiro, non ci sono. Nella bozza della legge di Bilancio compare uno stanziamento pari a circa 600 milioni, per ‘attutire’ lo scalone prodotto dalla fine dell’esperimento denominato Quota 100.

Ma i sindacati insistono, tanto che il tema delle pensioni di garanzia continua ad essere caldo.

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Pensioni di garanzia per i giovani: la strada è in salita

Vero è che quella del Governo non è una chiusura totale. D’altronde c’è di mezzo il futuro delle attuali e delle prossime generazioni. Pertanto discuterne appare coerente rispetto ad una visione prospettica e ad un disegno di riforma previdenziale davvero strutturale.

Non possiamo poi dimenticare che – alla luce della riforma Dini – chi è entrato nel mondo del lavoro dopo il 1995 avrà l’intero assegno pensionistico quantificato con il metodo contributivo, che considera soltanto i contributi versati. Conseguentemente, si tratta di un assegno di importo decisamente minore a quello calcolato con il metodo retributivo, e che penalizza chi ha avuto carriere discontinue. Queste ultime sono oggi molto frequenti, in considerazione della precarietà diffusa e di un mercato del lavoro con tratti di fragilità.

Ecco perché i sindacati insistono con la proposta delle pensioni di garanzia per i giovani. Ciò nell’obiettivo di integrare le pensioni future a garantire una pensione dignitosa anche a coloro i quali hanno avuto carriere frammentate e retribuzioni basse.

Le parti sociali hanno già nitidamente parlato di una ‘bomba sociale’ che potrebbe scoppiare tra qualche decennio. Si stanno creando infatti i presupposti per i quali centinaia di migliaia di persone rischieranno concretamente di essere costrette a vivere con pensioni di importo insufficiente; e tali da non garantire una vita dignitosa. Gli osservatori stimano che, senza le pensioni di garanzia per i giovani, il pericolo concreto per le giovani generazioni e per quelle che verranno, è di trovarsi con un assegno pensionistico di ammontare corrispondente a meno della metà dell’ultima retribuzione.

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Pensioni di garanzia tra soglia minima, requisiti di legge e resistenze del Governo

Dunque ben si comprende la volontà dei sindacati: portare il tema delle pensioni di garanzia per i giovani al tavolo di discussione sulla riforma previdenziale. La volontà è quella di varare un apparato di norme di sostegno alle giovani generazioni, che assicuri ai pensionati  di domani di non cadere sotto la soglia di povertà, dopo aver lasciato il mondo del lavoro con la vecchiaia.

L’idea della Cgil è quella di integrare tutte le pensioni future che non toccheranno a una soglia minima, ad esempio il 60% o 70% di un reddito medio. In ogni caso, detta soglia minima dovrà essere individuata con precisione, nel caso il progetto pensioni di garanzia vada avanti. Ovviamente, il meccanismo ideato dai sindacati, l’integrazione – versata dallo Stato – si realizzerebbe soltanto al raggiungimento dei requisiti di legge che consentono di maturare il diritto di andare in pensione (età più contributi o soltanto contributi).

Altro obiettivo, connesso all’ipotesi dell’introduzione delle pensioni di garanzia per i giovani, è rappresentato dalla volontà di ‘valorizzare’ almeno una parte dei buchi contributivi accumulati, sommatisi nel corso del tempo. Tra le ragioni di questi buchi, quelle collegate allo studio; alla formazione; alla maternità e ai periodi di ricerca di lavoro tra un contratto e l’altro.

Nonostante le attuali ‘resistenze’ del Governo che teme di non avere risorse sufficienti per immettere anche questo tassello nella riforma previdenziale, l’impulso al progetto di riforma di garanzia per i giovani, permane. Ecco perché con tutta probabilità, ai prossimi tavoli di discussione con il Governo, se ne parlerà, insieme a tutte le altre misure che dovranno essere varate per sostituire le varie Quote (prima 100, ed ora 102), e soprattutto per evitare dal primo gennaio 2023 un ritorno tout court alla rigide norme della legge Fornero. D’altronde di mezzo c’è il futuro di milioni di lavoratori.

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