L’intelligenza artificiale sta imparando a svolgere attività che fino a pochi anni fa sembravano esclusivamente umane. Scrive testi, crea immagini e video, analizza documenti, traduce, programma e riesce a velocizzare numerose operazioni che occupano buona parte della giornata di milioni di lavoratori. Di fronte a progressi così rapidi è inevitabile chiedersi quali professioni siano destinate a cambiare e, soprattutto, quali lavori siano oggi più difficili da sostituire con l’AI.
Una risposta interessante arriva dal Bureau of Labor Statistics (BLS), l’ufficio statistico del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, che nell’ambito delle nuove proiezioni occupazionali 2025-2035 ha pubblicato una classificazione dell’esposizione all’intelligenza artificiale delle professioni americane.
Lo studio, consultabile direttamente sul sito del Bureau of Labor Statistics – Artificial Intelligence (AI) exposure categories, combina cinque diverse fonti e classifica le professioni in quattro categorie di esposizione relativa all’AI: bassa, moderata, alta e molto alta.
Il risultato è interessante soprattutto perché conferma un principio che sta diventando sempre più evidente: non sono necessariamente i lavori più qualificati o meglio pagati a essere maggiormente protetti dall’intelligenza artificiale. Al contrario, molte attività svolte quasi interamente davanti a un computer possono risultare più esposte di professioni nelle quali contano manualità, presenza fisica, capacità relazionali e gestione degli imprevisti.
Cosa significa davvero essere poco esposti all’intelligenza artificiale
Prima di vedere quali lavori sembrano oggi più protetti bisogna fare una precisazione importante. Il BLS non ha realizzato una classifica delle professioni che “non saranno sostituite dall’AI” e invita espressamente a non interpretare in questo modo i risultati.
Una bassa esposizione relativa all’AI significa che le caratteristiche e le mansioni di quella professione coincidono poco con ciò che gli attuali modelli di intelligenza artificiale riescono a fare e che i modelli linguistici non sono stati osservati mentre svolgevano molte di quelle attività.
Non significa, invece, che il lavoro sia immune dall’innovazione tecnologica o che in futuro non possa essere interessato dall’automazione. Il BLS precisa inoltre che il livello di esposizione non rappresenta una previsione sull’aumento o sulla diminuzione dell’occupazione, né una stima della probabilità che un lavoratore venga sostituito.
In altre parole, possiamo parlare di professioni oggi relativamente più al riparo dall’AI, ma non di lavori garantiti per sempre.
Quali lavori sono oggi meno esposti all’AI?
La classificazione americana comprende centinaia di professioni e permette di individuare diversi lavori che si trovano nella fascia di esposizione più bassa. Tra gli esempi più significativi troviamo:
- vigili del fuoco, per i quali capacità fisiche, valutazione del rischio e intervento in situazioni imprevedibili sono fondamentali;
- igienisti dentali, che combinano competenze sanitarie, precisione manuale e rapporto diretto con il paziente;
- addetti alle pulizie e ai servizi domestici, impegnati in ambienti fisici differenti e in attività che richiedono intervento manuale;
- professionisti sanitari e dell’assistenza, soprattutto quando la parte centrale del lavoro consiste nella cura diretta e nell’interazione con il paziente;
- lavoratori impegnati in attività operative e di servizio, quando manualità, movimento e capacità di adattarsi all’ambiente rappresentano elementi centrali della professione.
Il filo conduttore è abbastanza evidente: più un lavoro richiede di intervenire nel mondo reale e confrontarsi con persone o situazioni imprevedibili, più diventa complicato affidarlo interamente a un algoritmo.
Per decenni abbiamo immaginato che l’automazione avrebbe minacciato soprattutto i lavori manuali. L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa sta mostrando invece uno scenario diverso, nel quale alcune attività intellettuali e digitali possono essere automatizzate più facilmente di molti lavori fisici o relazionali.
La sanità mostra perché la componente umana conta ancora
Le professioni sanitarie rappresentano un buon esempio per capire questa differenza. L’intelligenza artificiale può già aiutare nell’analisi di immagini e dati, nella gestione della documentazione e nella ricerca di informazioni, ma curare una persona significa fare molto altro.
Un medico deve visitare il paziente, interpretare segnali differenti, prendere decisioni e assumersene la responsabilità. Un infermiere deve assistere materialmente una persona, mentre un fisioterapista deve osservare movimenti e reazioni e adattare continuamente il trattamento.
Questo non significa che l’AI resterà fuori dagli ospedali o dagli studi medici. Probabilmente accadrà esattamente il contrario e diventerà uno strumento sempre più utilizzato dai professionisti. Ma aiutare una persona a lavorare meglio e sostituirla completamente sono due cose molto diverse.
Pissarides: nell’era dell’AI conteranno sempre di più le capacità umane
Questi dati richiamano una riflessione che avevamo già affrontato nella rubrica Il Futuro del Lavoro, partendo dalle parole di Christopher Pissarides, premio Nobel per l’Economia nel 2010.
Secondo Pissarides, con l’avanzata dell’intelligenza artificiale potrebbero acquistare ancora più importanza proprio quelle capacità che siamo abituati a chiamare “soft skills”. Lo stesso termine rischia però di essere riduttivo, perché fa apparire semplici competenze che richiedono invece esperienza, sensibilità e capacità profondamente umane.
Empatia, ascolto, comunicazione, adattamento e comprensione del contesto sono fondamentali in moltissimi lavori. Pensiamo a un insegnante che deve capire perché un ragazzo non riesce ad apprendere, a un infermiere che deve rassicurare un paziente o a chi deve gestire un’emergenza nella quale le condizioni cambiano continuamente.
Come abbiamo spiegato nel nostro approfondimento sul pensiero del Nobel Pissarides sulle soft skills e l’intelligenza artificiale, proprio le professioni basate sulle relazioni umane potrebbero essere tra quelle più difficili da sostituire completamente. Sanità, istruzione, assistenza e servizi alla persona hanno infatti bisogno non soltanto di informazioni, ma anche della capacità di comprendere il contesto, interpretare le persone e creare fiducia.
Attenzione: anche un lavoro molto esposto all’AI può continuare a crescere
C’è però un altro aspetto dello studio BLS che non va sottovalutato: esposizione all’intelligenza artificiale e rischio di perdere il lavoro non sono sinonimi.
Una professione poco esposta può avere prospettive occupazionali negative per ragioni completamente diverse, mentre un lavoro fortemente interessato dall’AI potrebbe continuare a creare occupazione.
Pensiamo agli sviluppatori software. Sono tra i professionisti che stanno sperimentando più direttamente le capacità dell’intelligenza artificiale, visto che esistono già strumenti capaci di generare codice, trovare errori e velocizzare numerose fasi della programmazione. Eppure la diffusione dell’AI può contemporaneamente aumentare la produttività degli sviluppatori e creare nuova domanda di software, infrastrutture digitali, analisi dei dati, cybersecurity e sistemi intelligenti.
Una tecnologia può quindi automatizzare una parte di un mestiere e contemporaneamente aumentare la richiesta di professionisti capaci di svilupparla, controllarla e utilizzarla.
Forse l’AI eliminerà più mansioni che mestieri
È probabilmente questa la chiave più utile per capire quello che potrebbe accadere nei prossimi anni. Continuiamo a chiederci quali professioni saranno cancellate dall’intelligenza artificiale, quando sarebbe forse più corretto domandarsi quali mansioni verranno automatizzate all’interno di ciascuna professione.
Un avvocato, un commercialista, un giornalista, un consulente o un programmatore svolgono molte attività differenti. Cercano informazioni, producono documenti, comunicano con clienti e colleghi, controllano dati, prendono decisioni e risolvono problemi. L’intelligenza artificiale potrebbe occuparsi progressivamente delle componenti più standardizzabili senza eliminare necessariamente l’intero mestiere.
Questo non significa che l’effetto sull’occupazione sarà trascurabile. Se grazie all’AI una persona riuscirà a svolgere in un’ora ciò che prima ne richiedeva tre, cambieranno inevitabilmente l’organizzazione del lavoro, le competenze richieste e, in alcuni casi, anche il numero di persone necessarie.
Il lavoratore del futuro dovrà saper fare ciò che l’AI non sa fare
Il mercato del lavoro potrebbe quindi muoversi lungo due direzioni parallele. Da una parte continueranno ad avere valore le professioni legate alla presenza fisica, alla manualità, alla relazione e alla responsabilità personale; dall’altra crescerà la necessità di persone capaci di progettare, controllare e utilizzare tecnologie sempre più avanzate.
Nel mezzo resterà probabilmente la maggior parte dei lavori che conosciamo oggi, che non scompariranno necessariamente ma verranno svolti in maniera diversa.
Ed è qui che i dati del BLS e il pensiero di Pissarides sembrano incontrarsi. Mentre le macchine diventano sempre più brave a elaborare informazioni, potrebbe aumentare il valore di ciò che resta difficile da automatizzare: giudizio, responsabilità, empatia, manualità, adattamento e capacità di comprendere le persone.
Nessuno può sapere con certezza quali professioni saranno davvero “al sicuro” tra dieci o vent’anni, soprattutto considerando la velocità con cui sta evolvendo l’intelligenza artificiale. Lo stesso BLS ricorda che le tecnologie considerate negli studi alla base della sua classificazione fotografano capacità riferite a un determinato momento e che l’AI continua ad avanzare rapidamente.
Forse, quindi, il lavoro più sicuro del futuro non sarà quello che riuscirà a tenere lontana l’intelligenza artificiale, ma quello nel quale l’essere umano continuerà ad avere qualcosa di importante da aggiungere anche dopo il suo arrivo.
Fonte dei dati: Bureau of Labor Statistics (BLS), ufficio statistico del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti.
