Un nostro lettore ci scrive dopo aver visto in questi giorni alcuni video su YouTube nei quali si sostiene che compiere 67 anni non significa necessariamente poter andare in pensione. Un’affermazione che lo ha comprensibilmente spinto a chiederci qualche chiarimento.
Nella sua email ci scrive:
«Buongiorno, in questi giorni ho visto alcuni video su YouTube nei quali si dice che a 67 anni non si va automaticamente in pensione e che, oltre ai 20 anni di contributi, per alcuni lavoratori bisogna raggiungere anche un importo minimo. Ho sentito inoltre che dal 2027 aumenterà nuovamente l’età pensionabile. È davvero così? Cosa bisogna controllare per non avere sorprese quando arriva il momento della pensione?»
La domanda è interessante perché permette di chiarire uno degli equivoci più frequenti quando si parla di pensioni: i 67 anni rappresentano il requisito anagrafico ordinario previsto nel 2026, ma l’età, da sola, non basta.
E c’è un altro elemento da considerare. Dal 2027 i requisiti inizieranno nuovamente a salire per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita: si passerà a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028.
Vediamo allora cosa prevedono realmente le regole, quali requisiti bisogna possedere e, soprattutto, quali controlli conviene effettuare in anticipo per evitare brutte sorprese.
Primo errore: pensare che bastino 67 anni
Partiamo dal punto principale. Compiere 67 anni nel 2026 non dà automaticamente diritto alla pensione di vecchiaia.
In base alle regole attualmente in vigore, per la generalità dei lavoratori sono necessari:
- 67 anni di età;
- almeno 20 anni di contribuzione.
Il riferimento normativo principale è l’articolo 24 del decreto-legge 201/2011, convertito dalla legge 214/2011.
Questo significa, ad esempio, che un lavoratore che nel 2026 compie 67 anni ma risulta avere soltanto 18 o 19 anni di contributi non può ottenere la pensione di vecchiaia sulla sola base dell’età raggiunta.
Esistono deroghe e situazioni particolari che consentono di accedere alla pensione con requisiti differenti, ma la regola generale dei 67 anni deve sempre essere letta insieme a quella dei 20 anni di contribuzione.
Ed è proprio qui che può nascere una delle sorprese peggiori per chi arriva vicino alla pensione senza aver mai controllato attentamente la propria posizione previdenziale.
Per chi ha iniziato dal 1996 c’è anche la soglia minima
C’è poi una distinzione fondamentale da fare.
Per i lavoratori il cui primo accredito contributivo decorre dal 1° gennaio 1996, cioè i cosiddetti contributivi puri, raggiungere 67 anni di età e 20 anni di contribuzione potrebbe ancora non essere sufficiente.
Per questa categoria la legge prevede infatti anche una condizione relativa all’importo della pensione maturata.
Per ottenere la pensione di vecchiaia a 67 anni, il trattamento pensionistico deve risultare almeno pari all’importo dell’assegno sociale previsto per l’anno di pensionamento.
Si tratta di un aspetto molto importante perché un lavoratore potrebbe arrivare a 67 anni, possedere i 20 anni di contributi richiesti e scoprire comunque di non poter accedere immediatamente alla pensione perché l’importo maturato non raggiunge la soglia prevista.
È quindi sbagliato controllare soltanto quanti anni di contributi risultano accreditati. In determinate situazioni bisogna verificare anche l’importo della pensione che quei contributi consentono di maturare.
Cosa succede se la pensione maturata è troppo bassa?
Per i lavoratori interamente nel sistema contributivo esiste comunque un’altra possibilità.
Chi non riesce a soddisfare il requisito economico previsto per la pensione di vecchiaia ordinaria può accedere, ricorrendone le condizioni, alla pensione con almeno 5 anni di contribuzione effettiva e un requisito anagrafico più elevato.
Nel 2026 questo requisito è fissato a 71 anni.
In questo caso non è richiesto il raggiungimento dell’importo minimo collegato all’assegno sociale.
Attenzione però alla parola “effettiva”: per questo specifico canale dei 71 anni i cinque anni devono derivare da contribuzione effettiva, quindi obbligatoria, volontaria o da riscatto, mentre non viene considerata la contribuzione figurativa.
Anche i 71 anni, inoltre, non rappresentano un requisito destinato a rimanere immutato.
Dal 2027 non saranno più sufficienti neppure 67 anni
La seconda parte della domanda del nostro lettore riguarda proprio quello che accadrà dal prossimo anno.
Il 2026 è l’ultimo anno nel quale il requisito anagrafico ordinario della pensione di vecchiaia rimane fissato esattamente a 67 anni.
La legge 30 dicembre 2025, n. 199 e le successive indicazioni fornite dall’INPS con la Circolare n. 28 del 16 marzo 2026 hanno definito l’adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita per il biennio 2027-2028.
L’aumento sarà graduale:
| Anno | Età pensione di vecchiaia | Contributi ordinariamente richiesti |
|---|---|---|
| 2026 | 67 anni | 20 anni |
| 2027 | 67 anni e 1 mese | 20 anni |
| 2028 | 67 anni e 3 mesi | 20 anni |
Dal 1° gennaio 2027, quindi, il requisito aumenterà di un mese, mentre nel 2028 l’incremento complessivo rispetto a oggi sarà di tre mesi.
Questo significa che chi raggiungerà i 67 anni nel 2027 non dovrà guardare soltanto al giorno del proprio compleanno: per la pensione di vecchiaia ordinaria dovrà attendere il perfezionamento dei 67 anni e un mese, sempre che risultino soddisfatti anche gli altri requisiti.
La normativa prevede comunque specifiche esclusioni dall’adeguamento per alcune categorie di lavoratori impegnati in attività gravose o particolarmente faticose e pesanti, per le quali occorre verificare separatamente le condizioni richieste.
Cambiano anche i 71 anni dei contributivi puri
L’adeguamento alla speranza di vita interessa anche il secondo canale di vecchiaia previsto per chi possiede contribuzione esclusivamente dal 1996.
Il requisito anagrafico passerà:
- da 71 anni nel 2026;
- a 71 anni e 1 mese nel 2027;
- fino a 71 anni e 3 mesi nel 2028.
Resta il requisito di almeno cinque anni di contribuzione effettiva e, come detto, in questo caso non è prevista una soglia minima relativa all’importo della pensione.
È un’ulteriore dimostrazione del perché sia rischioso parlare genericamente di “pensione a 67 anni”: la data effettiva di uscita dipende dalla storia contributiva del singolo lavoratore e dal sistema nel quale rientra.
L’errore più pericoloso: non controllare l’estratto conto contributivo
Al di là dell’aumento dell’età pensionabile, il consiglio più importante che possiamo dare al nostro lettore riguarda però la propria posizione contributiva.
Uno degli errori più comuni è dare per scontato che tutti i periodi lavorati risultino correttamente registrati.
Una carriera di trenta o quarant’anni può comprendere diversi rapporti di lavoro, periodi di disoccupazione coperti da contribuzione figurativa, attività autonome, contributi versati in gestioni differenti, riscatti o altri periodi rilevanti ai fini previdenziali.
Ecco perché è importante controllare periodicamente il proprio estratto conto contributivo INPS.
Non bisogna limitarsi a verificare il numero complessivo degli anni. È opportuno controllare che siano presenti tutti i rapporti di lavoro, che non vi siano periodi mancanti e che la contribuzione risulti correttamente accreditata.
Una verifica effettuata con largo anticipo permette di individuare eventuali anomalie quando esiste ancora il tempo per ricostruire la propria posizione.
Scoprire un problema quando mancano poche settimane alla pensione può invece complicare notevolmente la situazione.
Attenzione a non confondere diritto alla pensione e importo
C’è poi un altro errore piuttosto frequente: concentrarsi esclusivamente sulla data di pensionamento.
Sapere quando si potrà andare in pensione è certamente importante, ma bisognerebbe chiedersi anche quanto si prenderà.
Sono due questioni differenti.
Un lavoratore potrebbe possedere tutti i requisiti necessari per lasciare il lavoro, ma trovarsi con un assegno sensibilmente inferiore alle proprie aspettative.
La questione assume ancora maggiore importanza per chi ha una carriera interamente contributiva, perché il valore della futura pensione dipende strettamente dai contributi accumulati durante la vita lavorativa.
Per questo motivo avvicinandosi alla pensione è utile non limitarsi al conteggio degli anni mancanti, ma effettuare anche una simulazione del possibile trattamento pensionistico.
Pensami è stato appena aggiornato dall’INPS
Proprio in queste settimane c’è una novità particolarmente utile per chi vuole capire quando potrebbe andare in pensione.
Con il Messaggio n. 2612 del 12 agosto 2026, l’INPS ha comunicato l’aggiornamento di Pensami – PENSione A MIsura, il simulatore degli scenari pensionistici dell’Istituto.
Leggi anche: Quando andrai in pensione? Scoprilo con il simulatore INPS aggiornato
La nuova versione tiene conto anche delle principali novità introdotte dalla legge di Bilancio 2026, compreso l’adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita e il servizio può essere utilizzato senza registrazione.
C’è però un limite importante da conoscere: Pensami non indica quanto sarà la pensione.
Per effettuare una simulazione collegata alla propria posizione contributiva e ottenere anche una stima del futuro trattamento esiste invece il servizio INPS La mia pensione futura.
I due strumenti rispondono quindi a esigenze differenti e possono essere utilizzati insieme per avere un quadro più completo.
Cosa controllare prima di arrivare all’età della pensione
Il caso segnalato dal nostro lettore offre quindi l’occasione per ricordare alcune verifiche che sarebbe meglio non rimandare agli ultimi mesi di lavoro.
In particolare, è opportuno controllare:
- quanti anni di contribuzione risultano effettivamente accreditati;
- se nell’estratto conto sono presenti tutti i periodi lavorati;
- l’eventuale presenza di contributi in gestioni previdenziali differenti;
- se si rientra nel sistema misto oppure interamente contributivo;
- per i contributivi puri, se viene rispettato anche l’eventuale requisito relativo all’importo della pensione;
- quale requisito anagrafico sarà in vigore nell’anno in cui si prevede di andare in pensione;
- quale potrebbe essere, indicativamente, l’importo del futuro assegno.
Soprattutto quando mancano pochi anni al pensionamento, una verifica previdenziale completa può evitare di programmare la cessazione del lavoro sulla base di una data che successivamente potrebbe rivelarsi sbagliata.
In conclusione: il video dice il vero?
Possiamo quindi rispondere al nostro lettore che il principio alla base dei video che ha visto è corretto, anche se quando si parla di pensioni è sempre necessario evitare generalizzazioni.
Nel 2026 non basta compiere 67 anni: per la pensione di vecchiaia ordinaria servono, in linea generale, almeno 20 anni di contribuzione.
Per chi possiede esclusivamente contribuzione dal 1° gennaio 1996 bisogna inoltre verificare che l’importo della pensione maturata raggiunga almeno la soglia richiesta dalla normativa, pari all’importo dell’assegno sociale.
E bisogna tenere presente anche il calendario dei prossimi aumenti: 67 anni e un mese nel 2027 e 67 anni e tre mesi nel 2028.
Il vero errore, quindi, non è soltanto pensare che basti arrivare a 67 anni. È arrivare a quell’età senza aver mai verificato la propria posizione contributiva.
Se questo contenuto ti è stato utile e hai altri dubbi in materia di pensioni, lavoro, fisco e welfare segui la nostra rubrica La Posta di Lavoro e Diritti, la prossima risposta potrebbe essere per te.
