Il lavoro nero in tempo di crisi: pro e contro

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L'Ufficio studio della CGIA di Mestre, ha rilevato che nel Sud Italia, il lavoro irregolare o in nero, funziona da vero e proprio ammortizatore sociale per la crisi.

L’Ufficio studio della CGIA di Mestre, ha rilevato che nel Sud Italia, il lavoro irregolare o in nero, funziona da vero e proprio ammortizatore sociale per la crisi.

Lo dichiara Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA: “Con la presenza del sommerso, la profonda crisi che sta colpendo il Paese ha effetti economici e sociali meno devastanti di quanto non dicano le statistiche ufficiali”. Il segretario continua affermando che “quando queste forme di irregolarità non sono legate ad attività svolte dalle organizzazioni criminali, costituiscono in questi momenti così difficili una protezione per molti lavoratori. Per questo non vanno demonizzate.”

Secondo i dati, il numero dei lavoratori irregolari  presenti in Italia sono quasi 3 milioni. Circa la metà ( il 44,6%) è ubicata nel Mezzogiorno. Il valore aggiunto prodotto dal lavoro nero è pari a 92,6 mld di €. In Calabria si registra il livello massimo con il 14,9%.; c’è poi la Sicilia con il 12,7%, la Campania con il 12,2%, la Basilicata e la Sardegna con l’11,7%. Chiude la classifica la Lombardia con il 4,9%.

I dati son dati e come tali vanno presi; pensavo però, al rovescio della medaglia: il lavoro nero, se aiuta a sbarcare il lunario (e per molti costituisce l’unica fonte di reddito) è comunque un lavoro senza garanzia alcuna e spesso (soprattutto se gestito dalla criminalità organizzata o da persone senza scrupoli), si trasforma in una vera e propria forma di sfruttamento e riduzione in schiavitù.

L’ultimo caso di sfruttamento del lavoro nero di cui ho conoscenza è accaduto in Abruzzo dove era stata messa in piedi una vera e propria organizzazione specializzata in “traffico di esseri umani”. Un ragioniere di Teramo, con la complicità di alcuni impiegati di associazioni di categoria e di imprenditori agricoli compiacenti,  in tre anni sono riusciti a contrabbandare 1500 immigrati.

Attraverso le associazioni di categoria si trovavano imprenditori agricoli disposti ad accogliere manodopera straniera quindi, si creavano documenti falsi per l’ingresso e la permanenza  degli extracomunitari che, una volta in Italia venivano costretti a lavorare con un salario di 20 € al giorno da cui, veniva detratto anche vitto e alloggio e, se il lavoratore non era produttivo, venivano detratti anche delle penali. Il risultato? si lavorava per circa 3 euro al giorno!

Ora, se quanto appena detto è un caso limite (ma non fatevi ingannare: il cd. caporalato è fenomeno più ampio di quello che pensiamo!), resta il fatto che anche un normale lavoro non preceduto da regolare contratto, rappresenta comunque uno sfruttamento.

Non è giusto che un lavoratore pur di guadagnarsi da vivere, debba ubbidire ciecamente al proprio datore e, vivere tutti i giorni sotto ricatto, con la paura che se si osa dissentire, si ritrova immediatamente alla porta.

Non è giusto lavorare anni e anni in nero e sapere che quel tempo non ci viene riconosciuto ai fini pensionistici, non è giusto che in uno stato civile e democratico si debba ricorrere al lavoro nero!

Tutti abbiamo una nostra dignità che non deve mai essere calpestata neanche e soprattutto per un lavoro a cui, ogni essere umano ha diritto.

Fonte: www.cgiamestre.com

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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