Cassazione: dare del "pazzo" al capo non costituisce diffamazione

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La Cassazione sdogana il termine "pazzo" affermando che quando è usata in discussioni che si svolgono tra colleghi, finisce con l’avere un significato rafforzativo del concetto espresso.

La Suprema corte di Cassazione, con sentenza nr. 8 gennaio-7 maggio 2010 n.17672 ha stabilito che dare del “pazzo” al proprio datore di lavoro, non integra il reato di diffamazione.

Il caso ha riguardato un avvocato, collaboratore di uno studio legale che, nel commentare una nota inviata dall’ufficio contabilità alle segreterie e, essendo in forte disappunto con la stessa, diceva ai colleghi: “basta, ho deciso, io con l’avvocato ci parlo….E’ un pazzo, vuole restare circondato da leccaculo, bene ci resti pure”.

Il giudizio poco lusinghiero, era stato poi, riportato direttamene al capo, che, non perdeva tempo nello sporgere querela. Il Tribunale di  primo grado, assolveva l’autore della frase; diversamente la Corte d’Appello che condannava l’avvocato.

Gli Ermellini hanno sottolineato la valenza diffamatoria del termine “leccaculo” precisando però, che tale colorita espressione non era rivolta al capo ma ai propri  colleghi di studio sempre pronti a qualsivoglia direttiva del capo dello studio. E che per questo, l’avvocato non può essere punito, non avendo i colleghi sporto querela.

Il termine “pazzo”, pur essendo un concetto poco elegante, non ha valenza diffamatoria, essendo entrato nel linguaggio parlato di uso comune come i termini  scemo e cretino. “Quando tali termini vengono usati nelle discussioni che si svolgono tra colleghi, in ambito lavorativo e/o sindacale aventi ad oggetto temi riguardanti l’organizzazione del lavoro, finiscono con l’avere un significato rafforzativo del concetto espresso ed evocativo delle gravi conseguenze che si potrebbero verificare in caso di non accettazione delle critiche e dei consigli”.

L’espressione pazzo – continuano i giudici – “ ha finito col perdere la sua valenza offensiva per divenire espressione, sintetica ed efficace, rappresentativa di una condizione scorretta dell’ufficio, che non potrà che portare alla rovina dello stesso”.

Nonostante sia disdicevole e poco corretto che, in una discussione di lavoro, che dovrebbe essere sempre pacata e serena, si usino termini che possono essere irritanti e poco rispettosi dell’interlocutore, si deve escludere che tali termini abbiano rilevanza penale.

Assolto quindi l’avvocato che – come affermato dalla Corte – aveva “riassunto in modo rozzo” il suo pensiero in merito all’organizzazione del posto in cui lavorava.

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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