Cassazione: la vittima di mobbing deve fornire la prova delle vessazioni

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La vittima di mobbing deve fornire la prova delle vessazioni subite; la Cassazione ribadisce gli elementi utili per una corretta definizione del mobbing.

La Cassazione con sentenza nr. 87 dello scorso 10 gennaio torna sul tema del mobbing, ribadendo ancora una volta gli estremi necessari per la configurazione di tale reato  e per la  relativa risarcibilità del danno.

Secondo gli Ermellini, richiamando ormai una giurisprudenza consolidata, per “mobbing” si intende una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità.

Pertanto, ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono rilevanti:

  • a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio;
  • b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente;
  • c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore;
  • d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

Un funzionario di banca, proponeva ricorso in Cassazione, contro la sentenza della corte di appello dell’Aquila che rigettava la domanda proposta dal lavoratore nei confronti di una banca, sua ex datrice di lavoro, avente ad oggetto la reintegrazione nel posto di lavoro, previo annullamento delle dimissioni del lavoratore rassegnate in data 31 marzo 2000, il risarcimento del danno per il mobbing che il lavoratore assumeva di aver patito ed il risarcimento del danno per l’allegata dequalificazione subita.

La Corte d’appello escludeva che le dimissioni rassegnate dal lavoratore fossero viziate da incapacità. Osservava in proposito che il ricorrente, sul quale incombeva l’onere probatorio, non aveva fornito la relativa prova. Riteneva inoltre non provata la tesi della sussistenza degli estremi del mobbing nei confronti del lavoratore. In merito al demansionamento, osservava che non era stata fornita la prova del danno, che peraltro non era stato nemmeno quantificato.

La Cassazione ribadisce quanto affermato dalla corte di appello affermando che “la sussistenza della lesione del bene protetto e delle sue conseguenze deve essere verificata – sulla base di una valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi – considerando l’idoneità offensiva della condotta del datore di lavoro, che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata dell’azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in assenza della violazione di specifiche norme attinenti alla tutela del lavoratore subordinato”(Cass. 6 marzo 2006 n. 4774).

L’apprezzamento circa la sussistenza, in concreto, degli estremi del mobbing, secondo i parametri sopra delineati, costituisce una valutazione di merito che, ove basata su motivazione adeguata e priva di vizi logici, sfugge al sindacato di legittimità (Cass. 29 settembre 2005 n. 19053).

In sostanza, continuano gli Ermellini, “la vicenda lavorativa del B. si era sviluppata nei limiti della normalità atteso che il rapporto di lavoro si era svolto secondo modalità congrue rispetto alla natura delle prestazioni, alle obbligazioni reciproche ed agli interessi delle parti contrattuali.

Inoltre, non poteva ravvisarsi, nel caso di specie, un nesso causale fra la patologia psichica da cui era risultato affetto il lavoratore ed il disagio derivante dall’ambiente lavorativo, e, dall’altro, che non era nemmeno possibile individuare i soggetti responsabili dell’allegato mobbing con riferimento a comportamenti specifici e rilevanti.

Infine, la Corte rigetta anche  la tesi del ricorrente secondo cui le dimissioni sarebbero state viziate da incapacità, richiamando una precedente sentenza (Cass. 1 settembre 2011 n. 17977) secondo la quale, “se è vero che, ai fini della sussistenza della incapacità di intendere e di volere, costituente causa di annullamento del negozio di dimissioni, non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente la menomazione di esse, è anche vero che la suddetta menomazione deve essere comunque tate da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’atto che sta per compiere”.

Cosa che non risulta essere provata nel corso del processo intanto perchè la “sindrome ansioso depressiva” da cui lo stesso era affetto non era stata certificata, e neppure dedotta, una particolare gravità della suddetta affezione; inoltre, il comportamento complessivo del dimissionario dimostrava una sua capacità di determinarsi.

 

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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